07.07.2026
Bollicine svizzere: moda o merito?
Il mercato lo dice chiaro: le bollicine tirano come non mai; secondo Agroscope, in Svizzera il consumo di spumante è cresciuto del 57% in vent'anni.
Così sempre più cantine si lanciano, e qualsiasi vitigno prima o poi diventa una bollicina.
Chasselas, Pinot Nero, specialità vallesane rare: tutti spumantizzati.
La domanda però è un'altra.
Lo facciamo perché quel vitigno merita la spumantizzazione, o solo perché lo chiede il mercato?
Il successo delle bolle ha insegnato una lezione precisa ai produttori.
Lo spumante si vende con facilità, comunica freschezza e conquista un pubblico giovane.
Da lì è partita una corsa a rendere effervescente qualsiasi etichetta riconoscibile.
Il problema è che non tutte le uve nascono per le bolle.
Prendiamo lo Chasselas, il bianco simbolo della Svizzera romanda.
La sua anima è delicatezza e trasparenza del terroir, tanto che si parla di "neutralità svizzera".
Sono proprio le qualità che una spumantizzazione poco accorta tende a coprire.
Il rischio è una bollicina anonima, che rinuncia a ciò che rende lo Chasselas unico.
Il Pinot Nero, invece, è un'altra storia.
Nei Grigioni e a Neuchâtel ha l'acidità e la finezza alpina perfette per il metodo classico.
Non a caso è lo stesso vitigno che regna in Champagne.
Anche una vallesana come la Petite Arvine, con la sua spinta salina, può stupire tra le bolle.
E le rarità come l'Amigne o il Completer?
Sono gioielli quasi introvabili che vivono di identità, non di effervescenza.
Spumantizzarle significa spesso trasformare un tesoro raro in un prodotto qualunque.
Nemmeno il Ticino fa eccezione, con i suoi spumanti di Merlot vinificato in bianco ormai affermati.
La conclusione è una sola.
La bollicina non è un difetto, ma nemmeno una scorciatoia buona per tutti.
Il vero test è chiedersi se la versione spumante dica qualcosa che il vino fermo non può dire.
Quando la risposta è sì, è evoluzione.
Quando è no, resta solo marketing travestito da innovazione.
Articolo a cura della Redazione.