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13.06.2026

Il fumo di Champagne: fisica nel calice

C'è un istante, fra il pop del tappo e il primo brindisi, in cui dal collo della bottiglia si leva un soffio di nebbia.

Lo diamo per scontato, fa parte del rito.

Eppure in quel pennacchio fugace è racchiusa una piccola lezione di fisica.

Dentro una bottiglia di Champagne, la seconda fermentazione produce anidride carbonica disciolta che preme contro il tappo con una forza che a temperatura ambiente raggiunge sei o sette atmosfere: tre volte la pressione di uno pneumatico d'auto.

Quando il tappo salta, quel gas si espande di colpo, troppo in fretta per scambiare calore con l'ambiente.

È l'espansione adiabatica: dovendo "lavorare" per espandersi, il gas si raffredda di diverse decine di gradi.

A contatto con quel getto glaciale, il vapore acqueo dell'aria condensa in una miriade di goccioline.

La nebbia bianca che vediamo, dunque, non è "fumo" e non è anidride carbonica: è acqua, lo stesso meccanismo con cui si forma una nuvola.

E qui la sorpresa.

Il gruppo di Gérard Liger-Belair, all'Università di Reims, ha filmato l'apertura con telecamere ad altissima velocità: stappando una bottiglia calda, intorno ai venti gradi, dal collo si sprigiona per un attimo non una nuvola bianca, ma azzurra.

A temperatura più alta la pressione interna è maggiore e il raffreddamento più estremo, fino a novanta gradi sottozero.

A quel punto la stessa anidride carbonica congela in microcristalli di ghiaccio secco, che diffondono la luce tingendo il pennacchio: la stessa fisica che rende blu il cielo.

Il fenomeno vive due o tre millesimi di secondo e sfugge all'occhio nudo.

Curiosamente compare solo quando lo Champagne è troppo caldo, cioè servito male: una bottiglia portata in tavola fra i sei e gli otto gradi regalerà solo il velo candido.

E va benissimo così.

La prossima volta che sentirete quel pop, sappiate che in pochi centilitri di vino si nasconde un frammento di cielo.

Articolo a cura della Redazione.

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