26.06.2026
Il PVPP, lo scudo invisibile dei bianchi
Tra i prodotti più utilizzati in enologia ce n'è uno che quasi nessun consumatore conosce: il PVPP, sigla che sta per polivinilpolipirrolidone.
È un coadiuvante impiegato soprattutto nella vinificazione dei bianchi e dei mosti, con una funzione precisa: legare alcuni composti polifenolici e rimuoverli dal vino.
Si tratta di un polimero sintetico, insolubile e chimicamente inerte, che agisce per via fisica e non lascia residui nel prodotto finale.
I bersagli sono i polifenoli a basso peso molecolare - catechine, leucoantociani e tannini - responsabili dell'imbrunimento e delle sensazioni amare e astringenti.
Il PVPP li adsorbe e, essendo insolubile, viene poi allontanato per filtrazione.
La stessa inerzia chimica lo rende idoneo anche al trattamento di mosti, succhi di frutta e birra.
In cantina si usa puro o in formulati insieme a bentonite e cellulosa.
L'impiego è particolarmente efficace nel prevenire due difetti del colore.
Il primo è il browning, l'imbrunimento ossidativo che fa scivolare un bianco verso tonalità giallo-ocra o ambrate.
Il secondo è il pinking: la tendenza di alcuni bianchi a virare verso una sfumatura rosata, dovuta all'ossidazione dei leucoantociani.
Rimuovendo i fenoli più ruvidi, il PVPP può anche affinare equilibrio e pulizia aromatica del vino.
Ma non è una soluzione miracolosa: in dosi eccessive impoverisce, perché sottrae insieme ai composti indesiderati anche quelli che sostengono struttura e aromi, lasciando un vino spoglio.
Per questo richiede valutazioni tecniche precise, con dosaggi calibrati - in genere da 10 a 20 grammi per 100 litri sui bianchi - e spesso prove preliminari in laboratorio prima dell'intervento.
È uno strumento di protezione, non di correzione, prezioso in mani esperte per preservare colore, freschezza e finezza dei bianchi più delicati.
Articolo a cura della Redazione.