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18.04.2026

Colza nel vigneto: suolo che nutre il vino

Tra i filari, la colza non è un vezzo cromatico, ma un segnale agricolo preciso; quel giallo che accende il vigneto in primavera racconta una scelta sempre più centrale nella viticoltura contemporanea: proteggere e nutrire il suolo, prima ancora di pensare al grappolo.

Seminata nell'interfila, la colza viene usata come coltura di servizio e può diventare sovescio.

Con questo termine si indica una pratica antica e attualissima: si coltiva una pianta non per raccoglierla, ma per trinciarla e incorporarla nel terreno, restituendo sostanza organica e stimolando l'attività biologica del suolo.

È, in sostanza, un modo per alimentare la terra con la terra stessa, riducendo il ricorso a lavorazioni aggressive.

La colza appartiene alle Brassicaceae, o Crucifere.

Non fissa azoto come le leguminose, ma offre altri vantaggi preziosi.

La sua radice fittonante scende in profondità, apre canali naturali, favorisce l'ossigenazione e migliora la struttura del terreno.

Dove il suolo è compatto, aiuta a renderlo più poroso; dove la pioggia rischia di portare via particelle fertili, la copertura vegetale riduce erosione e ruscellamento; dove l'acqua è sempre più preziosa, aumenta la capacità di infiltrazione.

Il momento dell'intervento è decisivo.

In genere si trincia tra la piena fioritura e l'inizio dell'appassimento, prima che gli steli diventino troppo legnosi.

Poi la biomassa viene lasciata in superficie o interrata leggermente, secondo suolo, clima e obiettivo del vignaiolo.

In questo passaggio la pianta torna al terreno e diventa riserva di vita.

In un bicchiere di vino non si sente direttamente il gusto della colza.

Ma si può intuire il lavoro che ha fatto: un suolo più vivo, più stabile, più capace di sostenere la vite.

È una viticoltura meno appariscente della cantina, ma altrettanto decisiva.

Perché la qualità, prima di diventare profumo e sorso, nasce sotto i piedi.

Articolo a cura della Redazione.

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