01.10.2026
Chardonnay dal DNA ritoccato, lo berreste?
Se si potesse avere lo stesso Chardonnay di sempre, con il suo profilo aromatico intatto ma più resistente alla peronospora e quindi con meno trattamenti in vigna, quanti lo verserebbero nel bicchiere sapendo che il suo DNA è stato modificato?
La domanda non è più teorica, perché oltre confine crescono già in pieno campo viti di Chardonnay ottenute con la modifica genetica mirata, che interviene su singoli geni senza introdurre DNA estraneo, e in questo caso su un gene di suscettibilità alla peronospora.
Secondo i ricercatori il risultato è paragonabile a quello di una mutazione spontanea o della selezione classica, mentre gli oppositori ritengono che si tratti comunque di ingegneria genetica.
In Svizzera la moratoria nata nel 2005 dall'iniziativa popolare vieta di mettere in commercio piante geneticamente modificate per l'agricoltura, e nel giugno 2025 il Parlamento l'ha prorogata fino alla fine del 2030, includendo anche le nuove tecniche di selezione.
Nella primavera del 2025 il Consiglio federale ha però posto in consultazione un progetto di legge speciale per ammetterle a determinate condizioni, con un'autorizzazione basata sui rischi, la prova di un valore aggiunto per l'agricoltura, l'ambiente o i consumatori, l'etichettatura e filiere separate.
Sul fronte opposto è stata depositata con oltre 137'000 firme l'iniziativa popolare per la protezione delle derrate alimentari, che chiede alimenti senza organismi geneticamente modificati.
Il vigneto svizzero conosce già la via degli incroci tradizionali, che nel 2013 ha dato il Divico di Agroscope, primo vitigno rosso dell'istituto con un'elevata resistenza a peronospora, oidio e marciume grigio, nato da Gamaret e Bronner.
Sono vitigni validi in vigna, ma diversi per nome e carattere da quelli storici che il consumatore cerca in etichetta.
Tutto si gioca qui, tra il desiderio di vini con meno trattamenti e la diffidenza verso ciò che sa di laboratorio.
Articolo a cura della Redazione.