31.07.2025
Lacrime di vino: arte in un bicchiere
C'è un momento, subito dopo aver fatto roteare il vino nel calice, che cattura l'occhio di chi sa osservare: sottili fili scendono lentamente lungo le pareti interne del vetro.
Sono gli "archi del vino", o lacrime.
Non è solo un dettaglio romantico: quelle scie raccontano molto di ciò che stiamo per assaggiare.
Si formano per via dell'effetto Marangoni, un fenomeno fisico legato alla diversa evaporazione tra alcol e acqua.
Quando il vino viene mosso, una sottile pellicola si crea sul vetro.
L'alcol, più volatile, evapora in fretta, lasciando sul vetro una zona più ricca di acqua, zuccheri e glicerolo.
Proprio quest'ultimo, sostanza naturalmente presente nel vino, ha una consistenza viscosa che rende le lacrime più lente, dense e persistenti.
Il glicerolo non ha odore né sapore marcato, ma contribuisce alla morbidezza al palato.
Quando le lacrime scorrono lentamente, possiamo intuire una certa ricchezza strutturale: alcol, estratti, dolcezza residua.
Un vino passito o un rosso corposo lascerà segni visibili e duraturi.
Ma gli archi non indicano qualità assoluta, bensì concentrazione e densità.
Roteare il calice non è solo un vezzo estetico: è un gesto tecnico.
Aiuta il vino a ossigenarsi, a liberare aromi, a prepararsi all'assaggio.
Intanto, l'occhio assiste a una danza liquida: i francesi la chiamano "jambes", gambe.
Una piccola coreografia che anticipa le emozioni.
Gli archi nel bicchiere sono il prologo muto del vino.
Raccontano la sua struttura prima ancora di sentirne i profumi.
In quel gesto così semplice - far ruotare il vino - convivono fisica, chimica ed eleganza.
Un teatro minuscolo, dove ogni goccia è un attore.
Articolo a cura della Redazione.